Grave lutto per il giornalismo italiano
E' MORTO TOTO' DELFINO
Bovalino, 22 settembre 2008
Alle 7 e
32, Antonio Delfino, giornalista, scrittore, intellettuale, ha finito di
soffrire. Ha raggiunto il Padre di tutti dopo aver sofferto negli ultimi venti
giorni oltre l’immaginabile, quando anche la speranza aveva lasciato il posto
alla rassegnazione. Nonostante da giovedì la parola non uscisse più dalla sua
bocca, sentiva forte il desiderio di esprimersi, dire qualcosa alla moglie, ai
figli, alle nipotine, soprattutto a Vittoria. Totò Delfino non è più e conforta
ai familiari, ai colleghi, agli amici che lo conobbero e gli vollero bene e lo
stimarono che egli, alla stregua di Jean Guitton fu profondamente consapevole
che “di fronte agli infiniti enigmi del mondo, a ciascuno di noi s’impone
un’alternativa secca: o rassegnarsi alla follia dell’assurdo, scivolando
nell’ateismo, o accettare l’indecifrabilità del mistero divino, aggrappandosi
alla fede”. Totò, credente, aveva scelto la seconda soluzione.
Era nato a Platì nel 1934. “Libertino della penna”, da mezzo secolo scriveva su
quotidiani e periodici, collaborando con servizi sempre originali e graffianti
sull’Europeo, Il Giornale, Libero, Quotidiano della Calabria. Significativo e
completo il giudizio di Saverio Strati: “L’insieme degli articoli di Delfino è
come la tastiera di un pianoforte su cui basta pigiare il dito per sentire una
nota musicale; e una nota dopo l’altra nasce una sorta di concerto corale dentro
il quale è viva e dominante l’anima di un popolo, nel bene e nel male. La
povertà, la nobiltà del sentire, l’arroganza, la stupidità, l’ambiguità,
l’ironia, la violenza mafiosa sono tutte queste cose i pregi e i difetti
registrati con onesta sincerità da un uomo che crede nei valori della cultura e
dell’intelligenza”.
In una intervista che gli feci nel 1988 su “Il giornale di Calabria”, alla
domanda “quanto prendevi in Italiano?”, disse: “ Il voto più alto è stato
quattro e mezzo. L’insegnante era molto prevenuta. Una volta, però, non ne ho
potuto più ed in un tema ho copiato un’intera pagina della critica di Francesco
De Sanctis. Ebbene, quando portò il compito, mi vidi assegnato quattro e mezzo
col giudizio: «povero di idee». Da quel giorno ho iniziato a scrivere”.
Vittorio Feltri che ammirava la verve delfiniano e lo stimava fraternamente,
ne ha tracciato un profilo magico: “Io conosco di persona Totò Delfino. Venne
da me un giorno all’”Europeo” al tempo in cui dirigevo il settimanale e cercavo
di dargli la forza delle cose sentite dalla nostra gente (intendo dagli
italiani). Ed ecco che mi viene incontro Delfino, alto, dalle mani grandi, dai
pensieri e dalla voce profumati esattamente alla stessa maniera delle pagine di
questo libro (Amo l’Aspromonte, ndr) Non lo nego: da inviato del “Corriere della
Sera” ero sceso (anzi salito!) in Aspromonte con un animo curioso delle cose di
lì, ma nello stesso tempo con l’aria di chi sta un po’ più su, sta al Nord, dove
si è più civili, e le vacche non ingombrano le strade. Mi pareva di vedere un
deserto di umanità, un territorio senza anima, crudele: in fondo mi sembravano
più misericordiose le bestie dei rari e – a mio avviso – ostili pastori.
Incontrando Delfino mi si spalancò un altro mondo. Mi conquistò subito. Mi
accorsi che non avevo capito niente del Sud e della Calabria”. Totò Delfino
rimarrà vivo nei cuori di tutti noi.
Domenico Agostini