Bovalino, 24.12.2005
la schiena dritta, ha alle sue spalle un consolidato e organico esercizio di
poesia. L'opera, che qui si premia, porta come titolo Sutta Sutta. Non ha
prefatori illustri, che di solito sono chiamati ad illustrare ciò che
illustre non è. E, infatti, l'ora anziano Poeta dichiara in premessa che tra
lui e il lettore ha voluto che non ci fosse nessuno. Ciò che costituisce il
contrassegno inconfutabile della poesia dialettale, che riesca ad essere
anche popolare: il poeta dialettale è la frazione parlante del popolo, e al
popolo parla direttamente. Come qui avviene.
Si scatenano favole su favole in Sutta Sutta. Accerchiano il mondo
circostante, e mai lo aggirano. Schiuma tutta la prepotenza e l'ipocrisia
della non umana società dalle favole di Vincenzo Guerrisi Parlà. Si capisce
che ha un modello, e questo modello ha un nome grandioso e strepitoso.
Esopo. Ma, se da lì deriva il genere, nel genere non rifluisce e non
ristagna.
Innanzitutto, ha ridotto il bestiario antico a pochi animali, e solo
qualcuno feroce. Ed è già questo un elemento fortemente innovativo della
favola, che per sua natura rifiuta ogni innovazione.
Ma conta di più il fatto che Vincenzo Guerrisi Parlà rompe l'episodicità dei
favolisti antichi e moderni, che prospettano quadri, in sé compiuti e
organici al momento parenetico. Un luccichio che non sfodera una luce.
Non così Sutta Sutta. Le favole non sono moralità, chiuse in sé,
soddisfatte di sé. Disegnano un cammino e mettono in evidenza, per la prima
volta nel genere favolistica, l'esistenza di un personaggio principale, nel
nostro caso l'asino, che si ripercuote di favola in favola, e lascia la
porta aperta ad una visione organica dei guai del mondo. Quando questo
accade, come è accaduto, si è di fronte alla trasformazione della favola in
romanzo. E, per ciò stesso, Vincenzo Guerrisi giganteggia nel panorama della
poesia dialettale del nostro e dell'altrui tempo come il poeta della
rivoluzione epocale della favola, come poeta originale e nuovo.
SCELTA PER VOI:
U PORCU E U SUMERI
U porcu cu attri porci si scialava
i mangia cosi boni e di sapuri,
doppu chi chiglia panza si gurdava,
a sonno chjnu po' passava l'uri,
jettando sulamenti 'vvocchj 'ngusciu,
doppu chi 'ncarrocchjava fandu scrusciu.
'Nu jornu, chi 'nd'avìa mangiatu tantu,
cu l'occj cianginusi si jarzau,
tantu 'rridìu chi po' si vinni a chjantu,
quandu u sumeri glià si 'mbicinau.
ad'arta vuci si dissi: "Amaru tìa,
chi malu mangi, sperdutu e a mala vìa!"
Si rispundìu u sumeri: "Porcu, 'rricchja,
chi porci cum'a tìa ti sciali i mangi ...
cu chissa panza tua chi si sparticchja,
sì sempi porcu puru ca tu cangi.
Ca 'rrazza tua cu' poti ragiunari
se a vita a misurati cu mangiari?"