Del silenzio e della coscienza.
4 febbraio 2006
Il pianto sentito piangere
nella camera contigua
di notte
nello strampalato albergo
poi dovunque
dovunque
nel buio danubiano
e nel finimondo di colori
di ogni possibile orizzonte
dilagando
oltre tutti i divisori
delle epoche
delle lingue
sentito bene sentito forte
nel suo forte rintocco di eptacordio
e rimesso nel fodero di nebbia
del sonno
e della non coscienza
riposto nel buio nascondiglio
del sapere non voluto sapere
fino a quando?-
Mario Luzi
(Per il battesimo dei nostri frammenti, 1985).
E’ forte il suono di queste parole, come di trombe nelle orecchie; così tremendamente attuali e quasi inopportune, spiazzanti. Il pianto: cosa potremmo fare per fermare il pianto? Direi nulla, o poco più. Le infinite, immense tragedie di uomini e donne, lacerano l’anima, ma non fermano la vita: purtroppo, sarcasmo del vissuto, ma non spia di cambiamento. Non c’è nulla di più facile: si spegne la Tv, si ripone il giornale e si va avanti. Intellettuali o no. Bene, ad un anno dalla morte di Mario Luzi, poeta fiorentino di raffinato gusto ed ermetica mano, ricordiamolo (e ricordiamoci) con il semplice suono delle sue parole, con l’ardita voce del silenzio. Un silenzio, dinanzi alla storia ed al mondo che, se ci guardiamo allo specchio, non accomuna solo i poeti.
Del sapere non voluto sapere fino a quando?
Filomena Cataldo