BOVALINO
NINO RACCO (IL CANTASTORIE)
di ANTONELLA ITALIANO
Misteri, gesti eroici, intrighi amorosi di cavalieri e
principesse, madri e briganti. Storie strappate al tempo e immortalate, per
decenni, nei racconti dei cantastorie. Ma nei primi anni Sessanta, mentre le
notizie viaggiavano sempre più veloci su efficaci mezzi di comunicazione, la
figura del cantastorie moriva. Ed è l’attore bovalinese, Nino Racco, a
raccoglierne l’eredità, riscrivendola in chiave teatrale: «Riprendere la figura
del cantastorie – spiega Racco - è il primo desiderio che ho avuto quando ho
iniziato a recitare. Ed è stata una vera sfida all’inizio. Erano tempi in cui
era impensabile persino fare questo mestiere. Ma ho insistito perché volevo
dimostrare ai giovani che, anche in Calabria, si può vivere e sognare». Una
carriera iniziata nei primi anni Ottanta con lo spettacolo “Canto Brecht” del
1982 e l’incontro con il maestro polacco Jerzy Grotowski e il Teatro delle
sorgenti. Ma Racco non dimentica mai la Calabria, ed è il grande amore per
questa terra a spingerlo alla continua ricerca delle radici meridionali,
nascoste nelle lingue e nelle tradizioni. È qui che riaffiora la figura del
cantastorie, quando Racco ritrova e interpreta la “Storia di Salvatore
Giuliano”. Ben quattrocento repliche in solo dieci anni:
«E’ il racconto –
commenta Racco – che, più di ogni altro, dimostra, e sottolinea, l’impegno
politico dei cantastorie meridionali. Esistono tante versioni della vicenda e,
tutte, narrano le gesta eroiche del bandito ribelle che si oppone ad un destino
di miseria e ingiustizia. La mia è un misto tra le varie cantate, ma è del tutto
originale nell’interpretazione. Il corpo dell’attore diviene, infatti, il corpo
del cantastorie e il corpo di tutti i personaggi che via via si incontrano».
Nel Novanta l’artista calabrese veste i panni di regista, prima a Roma, con il
gruppo “Novanta Teatro Movimento”, poi in Calabria, con il “Piccolo Teatro
Umano”. Due anni dopo entra a far parte del Proskenion. Originale anche la
rappresentazione de “La baronessa di Carini”, altro classico dei cantastorie
meridionali. Nino Racco immagina, infatti, di raccontare la triste vicenda alla
figlia, come se si trattasse di una ninna nanna, nella speranza che la piccola
si addormenta «prima che la storia tragica addiventi». E, dopo tanti racconti
siculi, tra cui “La leggenda di Colapesce”, nel 2002 c’è una Prima tutta
calabrese. In collaborazione con l’Università dell’Aquila va in scena la «‘Ntricata storia di Peppe Musolino». Il volto del famigerato brigante è
affidato alla maschera di Fabio Butera: «La narrazione in questo caso -
continua l’artista - è improvvisa e scomposta e abbandona l’ordinato filo
cronologico per proseguire di associazioni, salti, ritorni. Vicende rimasticate
e rivissute da un Musolino ormai vecchio. Emerge un profilo del brigante
calabrese del tutto spogliato dai veli leggendari e pseudomafiosi. L’ergastolano
che scava dentro se stesso, perdendosi nel mare di una follia causata da decenni
di dura reclusione». Tra i fantasmi del passato e della memoria, tra i profumi
e i rumori di questa terra, nella mente e nel cuore di gente calda e
difficile…solo un calabrese poteva ritrovare Musolino. E Nino Racco dedica un
altro spettacolo alla Calabria, “L’amore Muore”, stavolta come autore. L’opera è
interamente ispirata e ambientata a Bovalino, paese d’origine di Racco, che
spiega: «Affronto la piaga dei sequestri di persona. Lo spettacolo è una chiara
denuncia della prepotenza mafiosa e si chiude con il ricordo di Lollò Cartisano,
rapito la sera del 22 luglio 1992 e mai più restituito alla famiglia. Sarà per
sempre “il fotografo” del nostro piccolo paese reggino». Solo una la tappa
calabrese del cantastorie nostrano. Sarà il 13 febbraio, al teatro Siracusa di
Reggio Calabria, con il suo ultimo spettacolo “Ciao Amore Ciao”, dedicato a
Luigi Tenco. E presto anche i giovani aspiranti apprenderanno l’arte di “cantar
le storie” grazie al Laboratorio Cantastorie a Teatro. Uno spettacolo permanente
e itinerante su tutto il territorio nazionale.
Da: Gazzetta del Sud - Venerdì 3 febbraio 2006 pag. 31