Verso il partito democratico
Andremo veramente verso il Partito democratico?

Fosse dipeso da Prodi la lista del Partito democratico l’avremmo avuta già sin da questa tornata elettorale, ma i partiti interessati hanno ritenuto di affrontare la battaglia nel modo più opportuno per catalizzare il maggior numero di voti. Siccome la nuova legge ha prodotto sconvolgimenti, sono entrati in azione gli  anticorpi. L’idea di un Partito democratico e riformista ha radici profonde in un percorso politico che viene da lontano ed è  un obiettivo cui cominciare a lavorare.
Per quanto mi riguarda personalmente posso affermare di essere nato riformista. Ho ricevuto il battesimo della politica allorquando Pietro Nenni tirò fuori l’idea dell’autonomia del socialismo rispetto al mondo comunista. Successivamente, quando il PSI, operata la scissione nel 1979. perseguiva il miraggio degli equilibri più avanzati, sostenuto da Francesco De Martino, io, da sempre autonomista e riformista, ho aderito al PSDI e vi sono rimasto fino alla fine della prima repubblica.  Furono per me anni di grandi lotte per la democrazia ed ebbi il privilegio di operare anche accanto a grandi uomini politici come Pier Luigi Romita, Michele Di Giesi, ed altri. Ho conosciuto Giuseppe Saragat. Poi, per me seguì un lungo periodo di silenzio in quanto non sono riuscito a riconoscermi in nessun partito (il
comunismo era finito sotto le macerie del muro di Berlino, il socialismo si era suicidato con Tangentopoli) fino a quando non constatai che la sinistra italiana di fine secolo, senza nome, aveva partorito un nuovo soggetto politico, il PDS, riconosciuto ed ammesso nell’internazionale socialista. Io il riformismo lo conoscevo già per averci sempre creduto da socialdemocratico qual’ero allora e forse lo sono tuttora, nonostante tutto.
Per quanto riguarda lista unitaria che nasce all'ombra dell'Ulivo credo che questo debba essere il vero obbiettivo: attestare l'identità che discende da una sinistra che è finalmente uscita dalle nebbie del post-comunismo.
Secondo me, bisogna costruire una grande famiglia capace di raccogliere il travaglio e il percorso dell'identità comunista, cattolico-democratica, socialista, basata su un coraggioso contratto politico che consiste nella volontà di proiettare queste forze oltre i limiti della tornata elettorale in corso. E’ una scommessa sul futuro: costruire una forza fondata sull'Europa, che occupi quello spazio di innovazione, di equità, di libero progresso e di giustizia sociale che in altri Paesi ha già dimostrato di poter governare le complessità e le compatibilità di una moderna democrazia occidentale.
Con soddisfazione si può notare che per la prima volta a sinistra c'è un progetto politico e anche un progetto culturale, nuovo, riformista: una federazione tra simili per definire una sinistra di governo..
L’avvento del partito democratico cambia non solo il quadro di centrosinistra, ma anche quello della sinistra dove è in corso  un movimento politico-culturale che tende a trasformare il rapporto tra le varie sinistre che si rapportano in modo non più conflittuale. Finalmente, i riformisti stanno con i riformisti e i radicali stanno con i radicali. Sono due campi diversi, semmai complementari, non conflittuali.  Per questo motivo è stato possibile realizzare  un'intesa politica e un programma tra diversi ed anche sui punti difficili di politica estera. Infatti, il riformismo è sinonimo di pragmatismo e senso di responsabilità istituzionale, sia quando si è al governo, sia quando si sta all’opposizione. I partiti che concorreranno alla formazione di questo nuovo soggetto, che sarà il partito democratico, non usciranno fuori dalla loro tradizione di sinistra e cattolica, ma con le loro radici, il loro valore e la loro capacità di lottare si inseriranno in un quadro europeo ed occidentale.
Io ho sempre creduto nel il riformismo, che è innanzitutto una scelta di civiltà. La gradualità del processo riformatore di trasformazione è il mezzo più adatto per consolidare ed estendere la democrazia e orientare il capitalismo verso una maggiore uguaglianza e una maggiore giustizia sociale

                                                                                                                                                                     Paolo A. Graziano