SI CONTINUA A PARLARE DELLA TRAGICA MORTE DI GIUSTO LAROSA
Bovalino 8 dicembre 2009
E’ viva nel cuore di tutti la tragedia che si è consumata nel tratto del mare della Conca glauca (Bovalino-Africo) il pomeriggio di sabato 5 dicembre. La morte dell’appuntato dei carabinieri in pensione Giusto Larosa di 61 anni di Sant’Ilario verrà ricordata come una fatalità, un evento imponderabile. Egli, esperto di mare, da quindici anni praticava la pesca sportiva, spesso con l’amico Nando Novella, di Ardore, proprietario di una pescheria a Bovalino. Esperti. Sabato, però, tirava un vento di ponente mescolato a tramontana, ma niente di importante. Del resto, i tempi occorrenti per giungere sull’area di pesca e sciogliere il “conso” era calcolato in mezz’ora. Distanza dalla riva trecento metri, forse quattrocento. Avevano “calato” la piccola barca ad Ardore Marina, una barca leggera sospinta a mare con l’ausilio di 3 palloni. Un’operazione banale che due persone possono con calma fare. I due amici mettono in barca i tre salsicciotti. Una operazione di prevenzione se c’è il ponente ed al rientro si è costretti a sbarcare distante da Ardore. Hanno un compito soltanto innescare gli ami, lasciarli in mare e tornare indietro. Domenica mattina avrebbero tirato “il conso”. Alle 15,15 Nando indirizza la prua verso il largo e dieci minuti dopo mette a folle il motore. Il vento è più forte che a terra, un vento strano che disturba le operazioni di innescamento. E’ necessario fare presto. Alcuni pescatori di Bianco, alla stessa ora, decidono di non rischiare e di tagliare le reti per rientrare viste le pericolose raffiche di vento. Nando e Giusto sono quasi alla fine, quando incomincia ad entrare acqua da poppa. Non fanno in tempo a tagliare il lungo filo di nylon che si trovano in mare con la barca capovolta. L’acqua è fredda ma non gelida. Hanno stivali, pantaloni, maglione e giubbone. Nando non riesce a togliere i suoi che sono lunghi fino alla coscia ma ci riesce con quelli di Giusto. Recuperano due dei tre palloni e vi si appoggiano. Sono le 16 e 20 e i due naufraghi decidono di tentare di raggiungere la riva. Si aggrappano ai palloni ed iniziano, piano piano, lottando contro il vento che li sospinge indietro e riescono a guadagnare metro su metro. Giusto è più lento, Nando avanza un po’ alla volta. Dopo circa due ore raggiunge la foce del “Pintammati”. I familiari dei due pescatori si preoccupano per il ritardo, scendono sulla spiaggia ma non vedono barche. Telefonano al 112 e 113. Saranno loro a mettersi in contatto con la Capitaneria di Porto. Alle 18,23 parte la telefonata del rag. Schirripa, direttore del centro agricolo C4 di Paolo Canale al 118. Nando Novella era riuscito, camminando con mano e ginocchia, a raggiungere il Centro commerciale agricolo. E’ calata la notte, e Giusto Larosa non ha raggiunto la riva. Inizia la lunga e tragica attesa. Verso le ore 20 si intravvedono motovedette dalla Guardia Costiera e della Capitaneria di Porto. Poi giunge un grosso aereo che perlustra in lungo e in largo la zona servendosi di un poderoso fascio di luce. Poco distante dalla riva la moglie ed i figli di Giusto, affranti ma ancora speranzosi. Al Green Beach, un ristorante sulla spiaggia di Bovalino, arrivano altri parenti del Larosa. Attendono. Attenderanno invano fino alle due. Poi la lunga attesa a casa. Alle 6 di domenica, il ritrovamento del corpo di Giusto, ancora attaccato al pallone.
Il commento
La “storia non si fa con i se” perché ogni cosa è opera dell’uomo. Giambattista Vico oltre due secoli or sono si occupava di fatti e i fatti sono opera dell’uomo. Perché ciò che è successo non può che essere constatato, non modificato. A meno che si tratti di eventi naturali difficilmente computabili all’uomo. Il “dopo” è costruibile, modificabile, mai però l’oggettività del fatto. Spesso, ci chiediamo, ed è legittimo, se gli accadimenti non fossero potuti andare diversamente, se, più semplicemente, l’insieme delle cause che avrebbero determinato gli eventi non avessero potuto produrre effetti diversi. La tragica morte dell’appuntato dei carabinieri per ipovolemia, per il lungo periodo rimasto in mezzo al mare, forse a poche centinaia di metri dalla riva, pone qualche “se”. Un “se” ipotetico che ognuno obiettivamente ipotizza.. Come nel caso della tragica fine dell’appuntato dei carabinieri Giusto Larosa il quale è rimasto stretto a quel pallone sperando che l’amico raggiungesse a nuoto la riva e allertasse i soccorritori. Quanto poteva restare nell’acqua fredda dello jonio prima che sopravvenisse l’arresto cardiaco? Giusto Larosa, con ogni probabilità non s’è posta la domanda. Il suo amico ce l’avrebbe fatta. Due ore di nuoto, forse meno; poi sarebbero scattate le ricerche, una motovedetta, un elicottero, un aereo l’avrebbero avvistato e salvato. “Se”. Ma la storia non si fa con i se. Quando alle 18.23 il ragioniere Schirripa che lavora presso la 4C di Paolo Canale ha chiamato il 118 per prestare assistenza al naufrago, erano trascorse due ore dal momento in cui la barca si era capovolta. E il 112, il 113, e la Capitaneria di porto? Che numero ha, a proposito, la capitaneria di Porto? 115, 116, 117, 119….no, sono quattro le cifre: 1530. Questo è il numero per le emergenze in mare. Ma quanti lo conoscono? L’aereo della Marina che pure è partito da Catania è giunto sull’area della tragedia solo tre ore dopo l’allarme, dopo cinque ore di permanenza in mare del povero Larosa. Chi cancellerà i “se” alla moglie, ai figli, ai parenti di Giusto Larosa?