COMMOZIONE PER LA MORTE DEL GRANDE ALLENATORE DELLA BOVALINESE

Bovalino, 29 ottobre 2008 

La notizia della morte del grande calciatore ungherese degli anni ’40 Mihaly “Michele” Voros, allenatore dell’A.S. Bovalinese dal 1958  e, tranne una pausa negli anni ’60, fino al 1974, è stata accolta da chi lo aveva conosciuto, con intensa commozione. Tra le “vecchie” glorie, abbiamo chiesto di tracciare un profilo di Voros a  Gigi Frascà, grande ala che ha militato nella serie B e C e Stefano Romeo, stopper,  e a Eugenio Cutugno, commerciante che quando era giovanissimo aveva il privilegio, come tanti della sua età che non facevano parte della rosa dei titolari, di prepararsi  durante gli allenamenti settimanali della storica Bovalinese. “Era un privilegio stare con quelli più grandi di noi, dice Cutugno,  a contatto con il mister che ammiravamo. Lui non si interessava di noi ma vedevamo e sentivamo quello che diceva ai giocatori, come dovevano comportarsi in campo e come rapportarsi con la gente. Lui non aveva bisogno di gridare; bastava che guardasse il giocatore e quello capiva e si comportava di conseguenza”. “Ho giocato nell’A.S. Bovalinese nel 1958, dice Gigi Frascà, proprio quando è arrivato il mister. Per noi era un “divo”. Avere la fortuna di essere allenati da un campione mondiale che aveva giocato nella nazionale ungherese e che aveva fatto parlare di sé quando militava in serie “A” con il Bari, era per noi ragazzi un fatto eccezionale. La sua presenza bastava a farci sentire più forti, insuperabili. Aveva una preparazione che tutti gli allenatori di un certo peso gli invidiavano. Come uomo è stato un esempio di galantomismo di correttezza ed umanità. A Bvovalino gli volevano tutti bene, adulti e giovani. Ci ha insegnato tantissimo e per questo gli sono sempre riconoscente. Un aneddoto? Egli, prosegue Gigio Frascà, aveva una macchina, una Volkswagen che però usava pochissimo. Quando facevamo delle trasferte in Calabria, prendeva una macchina a noleggio con autista. Voleva che nella macchina ci fossimo sia io che Stefano Romeo perché cantavamo una canzoncina che faceva: “Mo’ veni Natale e non tengo denari mi piglio una pipa e mi metto a fumà”, però lui voleva che la cantassimo in dialetto bovalinese e rideva di cuore”. Stefano Romeo, coetaneo di Frascà, ci racconta di quella volta che in una partita importante si fece male al ginocchio, cadendo malamente, dopo aver colpito il pallone di testa. “Per quaranta giorni non giocai anche se, ogni tanto andavo agli allenamenti. Un giorno, mancavano dieci partite per la fine del campionato, il mister mi disse: “devi allenarti seriamente perché non farò giocare il terzino Ammendola. Tu prenderai il suo posto. Anche se non era il mio ruolo, ne fui contento perché Voros evidentemente riconosceva il mio valore in campo. Penso che, con tutti il rispetto per gli altri allenatori, Voros sia stato veramente “unico” sia come allenatore sia come uomo. Un grande uomo, un padre, un fratello che era duro quando occorreva ma anche amorevole. Se avanzavamo una sola lira dalla dirigenza, lui si faceva carico del problema riuscendo a risolverlo. Se la Bovalinese era diventata lo spauracchio di tutte le squadre, lo di deve al suo carisma”. E’ morto un galantuomo, un padre ed un amico che ha lasciato il segno del suo passaggio anche a Bovalino.
Domenico Agostini